domenica 3 maggio 2009

Infinito regresso.



«Qual è stata la mia colpa?» dissi «Colpa per la quale sono costretto a far ciò?».
«O la tua azione meritevole, il tuo merito?».
«Non lo so» ammisi.
Dio disse: «Perché non sei Dio».
«Ma tu lo sai» dissi. «O forse non lo sai e stai cercando di scoprirlo». E si scatenò un infinito regresso.
«Infinito» disse Dio. «Riprova. Sto aspettando».
Conversazione tra Phil e Dio, 17-11-80.

Se c’è uno scrittore che ha influenzato il mio modo di vedere il mondo, è Philip K. Dick. Come ogni buon adolescente dovrebbe fare, lessi L’uomo nell’alto castello (ai tempi la traduzione italiana si chiamava ancora La svastica sul sole) quando avevo sedici anni o poco più, e quel libro cambiò definitivamente le mie idee su ciò che è “reale”. Mi regalò inoltre il sostegno saggio e a volte beffardo degli spiriti che animano il Libro dei mutamenti.
L’ultima pagina di Ubik, qualche tempo dopo, mi diede un’esaltazione tale che la ricordo come fosse ieri. Quel che si può dire di Phil Dick è che pochi scrittori contemporanei sono riusciti a penetrare così a fondo i dilemmi che da sempre occupano il pensiero dell’uomo e a esprimerli in un modo tanto consono alla cultura del loro tempo. Nel caso di Phil, con la fantascienza. Anche trash.


Ho finito di leggere da poco Divine Invasioni. La vita di Philip K. Dick di Lawrence Sutin (Fanucci 2001) e mi è venuta una voglia irrefrenabile di riprendere in mano tutti i libri del vecchio Phil e divorarli uno dopo l’altro. E di certo lo farò nei prossimi mesi. Quanto alla biografia è una delle migliori che abbia letto, come conferma Paul Williams nell’introduzione:

Il genere biografico è una forma di narrativa che necessita di un intreccio ma, per il fatto di voler rappresentare la verità su di una persona, è veramente un genere infido, e assai di rado si può leggere la biografia di un amico e riconoscervi, addirittura, la persona che vi viene descritta. Sono felice di dire che, in questo libro, non solo riconosco il mio amico ma, avendolo letto, ora lo conosco meglio.

Son quattrocento pagine che si divorano in pochi giorni e fanno chiarezza su molti aspetti della vita di Dick, smentendo molti luoghi comuni (per esempio la leggenda sulle sue assidue frequentazioni dell’acido lisergico) e confermandone altri (per esempio la leggenda sulle sue assidue frequentazioni delle anfetamine): il ritratto che ne risulta è quello di una persona di profonda umanità, tenera nelle difficoltà relazionali comuni in chi è toccato da intelligenza assolutamente al di fuori della media. Ci sono diversi avvenimenti nella vita di Phil che consentono di comprendere meglio la sua opera: la gemella morta poco dopo la nascita, il rapporto con droghe e psichiatria (gli psichiatri che si cimentarono con Phil fecero figure barbine degne del dottor S. di sveviana memoria), le donne, la gnosi. Sopra a ogni altro, però, c’è un momento che si impone come punto cardine dell’esperienza dickiana:

2-3-74.

Questa è la sigla con cui Phil indicava i mesi di febbraio e marzo 1974, durante i quali una serie incessante di visioni e rivelazioni furono proiettate nella sua mente. Sutin ne parla con il distacco necessario quando si tratta simili avvenimenti, e proprio questo approccio (mutuato peraltro dallo stesso Dick, che non smise mai di ridere delle proprie esperienze) chiarisce un punto fondamentale: la vita di Phil Dick fu in tutto e per tutto paragonabile a quella dei personaggi di Phil Dick, perlomeno per Phil Dick. E chi ha orecchie per intendere intenda.

Insomma, leggete questa cacchio di biografia, e poi sparatevi pure tutti i libri di Philip K. Dick che riuscirete a trovare. Altrimenti col cazzo che uscirete dalla Prigione di Ferro Nera che vi imprigiona senza che ve ne rendiate conto e non raggiungerete mai il Giardino di Palme. Io sono vivo, voi siete morti.

5 commenti:

Zimisce ha detto...

ci si fa pure più di qualche bella risata.

yodosky ha detto...

La sola cosa che ho letto di Dick è "Scorrete lacrime disse il poliziotto" che ha un titolo dalla bellezza inenarrabile, e l'avevo trovato geniale. Poi altri interessi m'hanno rapito... Ho promesso a Mammifero che leggerò la Svastica e lo farò, diamine, tutti ne dicono meraviglie. In più provo simpatia per i poverelli come lui e Poe che vivono una vita di merda, e il frutto della loro fatica arriva sempre troppo tardi. In un certo senso, è una consolazione.

L'Uomo Tigre peraltro ha una maglietta con un androide che sogna una pecora elettrica, e questo vorrà pur dire qualcosa.

yodosky ha detto...

Anche se ammetto che come dialoghi il maestro assoluto per me rimane Ellroy. Volete imparare a scrivere un dialogo? Bevetevi L.A Confidential come fosse nettare degli dei.

Zimisce ha detto...

grande fico ellroy.

Mammifero Bipede ha detto...

Ciao Zimisce
Scrivo questo commento più per scusarmi che per aggiungere qualcosa, visto che di questo libro ho scritto anch'io, a suo tempo. Da un paio di settimane mi son messo a pasticciare con FaceBook e questo ha "sottratto risorse" da un'altra parte, in particolare i post in attesa di lettura nell'aggregatore si sono andati ammucchiando a vagonate. Alla fine, ieri, ho deciso di passare un po' di tempo a smaltire gli arretrati ed ho finalmente letto questo tuo post.

IMHO Dick era al tempo stesso "troppo avanti" e "troppo fuori" rispetto alla sua epoca, ed è questo il motivo della sua gloria postuma. Secondo me ci vorrà ancora qualche anno, o decennio, prima che l'establishment letterario ne decreti una volta per tutte l'uscita da quel ghetto di "scrittore di genere" in cui ha vissuto per tutta la vita. Ma sarà inevitabile. "The man in the high castle" merita un posto tra i capolavori della letteratura del ventesimo secolo.

P.s.: domenica era il compleanno di un mio amico cicloescursionista (29 anni... sob!), gli ho regalato, indovina un po', "La svastica sul sole" (già, alla fine, per qualche imperscrutabile motivo, Fanucci l'ha ripubblicato anche col titolo originale italiano...). Confido che gli piacerà. :-)